lunedì, 13 luglio 2009, ore 12:48

Ieri sera prima di dormire leggevo un articolo di una rivista pubblicata da una casa editrice di Messina, Mesogea, che si occupa di area mediterranea: poesie, romanzi, studi, riflessioni...
L'articolo era un commento all'attuale situazione dei Balcani dopo la conclusione del conflitto in kosovo e la risoluzione 1244. L'autore si sofferma anche a fare qualche riflessione, per esempio su come politica e diplomazia dovrebbero avere il ruolo di evitare conflitti e scontri. Io dico di come gli uomini della diplomatica e politica dovrebbero sapere cosa significa fare mediazione, sapere quali conseguenze hanno certe decisioni, il peso e la responsabilità dei fallimenti.
Subito il pensiero è andato allo scenario politico nazionale, istintivamente. Mi sono sentita persa, ho capito che di fronte all'area dei cosiddetti Balcani non siamo  degli stranieri. Le metodologie, le formalità e soprattutto le informalità sono praticamente le stesse, vedi per esempio i giri di accuse sui brogli nel post elezioni in Albania. Anche in Italia sento che l'azione politica non ha molte garanzie da offrire, e la mia sensazione si acuisce quando penso alla cultura. A quale tipo di cultura si rifà la maggior parte della classe politica italiana? Faccio anche le dovute distinzioni, di appartenenza, di esperienza, e non voglio generalizzare a tutti i costi. Ma nella maggior parte dei casi, su cosa possiamo contare come formazione ed esperienza dei nostri candidati, dei nostri rappresentanti in parlamento? Non sento di poter dare totale fiducia. Quello che percepisco è tanta voglia di usare le parole a caso, di parlare per slogan, di riempire i vuoti con qualsiasi parola, pur di riempire. A far politica e a studiare politica in certi paesi si impara a bluffare, a rigirare discorsi in modo elegante avendo l'aria di dire qualcosa parlando di niente. Ma non deve essere così, no, non voglio che sia così. Ho voglia di vedere persone di alta levatura, di alta esperienza si, ma non solo di vita di apparato politico. Avrei voglia di volti nuovi e ben apprezzabili. Di persone di passione ma anche preparate, da cui imparare, da prendere ad esempio e a modello. Persone che sappiano riconoscere quando uno fa affermazioni sbagliate, correggerlo, combatterlo sui contenuti. Non avrei voglia di un uomo/donna politico unico nuovo ed eccezionale, di leaderismi ne abbiamo piene le tasche e di ricerche di padri nobili pure, quello è un aspetto della vita interiore che a mio parere dovremmo tutti imparare a scindere dalla scena pubblica. E' più voglia di un movimento, di aria nuova, di idee in fermento come in un'agorà.
Forse mi conviene andare a prendere un mon cheri da Ambrogio, meno complicato.
el0kia

mercoledì, 25 marzo 2009, ore 21:16

Quando si comincia a profilare la vita vera iniziano i momenti di ripensamento.
Quando l'età inizia a salire, anche solo all'inizio, si incontrano diverse situazioni tra amici e conoscenti. Quando gli obblighi della vita iniziano a porti di fronte ai problemi veri e alle piccole responsabilità da adulto, si comincia davvero a uscire dal guscio. C'è chi inizia prima c'è chi inizia dopo. C'è chi lo fa molto presto e spesso si ritrova con ampi spazi di animo rimasti all'infanzia. C'è chi non lo fa mai, e non trova le chiavi per la sua vita, vivendo sospeso tra le esistenze altrui.
Ma quando si comincia, non si torna più indietro.
Succede che tutto ciò che si è fatto prima era solo un pre e non un arrivo.
Così succede a me. Tutto quello che ho fatto era un pre e non un punto di arrivo. Era solo l'inizio, era un'esperienza interessante, era utile. Mi sta tornando utile. Ora però si tratta di sporcarsi davvero le mani. Non era quello che avevo fatto fino ad ora a determinarmi. Tutt'altro. Così di nuovo tutto in discussione, ma di nuovo sono quello che appaio agli altri? Così si tratta di fare davvero un'esistenza normale, con le tappe normali, con le palate normali, con le difficoltà normali.
Così nuovamente si tratta di capire quanto le esperienze di partito possano portarti fuori dalle esistenze della maggioranza delle persone. Anche quella può essere un'esperienza difficile, ardua, ahimé istruttiva. Ma non è la vita reale.
Questa è la vita reale. Questa è la difficoltà di ogni giorno, delle prove e delle responsabilità di pensare al lavoro e all'autonomia. Di pensare quando questo sarà necessario. Quando un contratto di lavoro sarà la mia preoccupazione primaria. Quando inizieranno i mesi di disoccupazione e di contratti di tre mesi, se va bene, contratti di apprendistato e contratti d'insoddisfazione ogni mattina ad aprire gli occhi. Pensare alla paura di non avere un futuro, di non avere più tra le dita la spensieratezza di questi mesi. Spensieratezza per modo di dire, perché difficoltà e malattie già si affacciano sui volti di chi mi è caro.
Pensare alla paura di non essere all'altezza dei propri sogni, e di aver sbagliato tutto.
el0kia

domenica, 08 febbraio 2009, ore 00:19

Revisionismo positivo.
Revisionismo personale.
Ultimamente i miei studi e l'ambiente culturale in cui vivo mi spingono a pensare tutto in modo lievemente più relativo. Non è il vituperato relativismo che recenti cardinali e papi additano. Quella è un'altra usanza. Mi riferisco alle cose quotidiane. Al difficile rispetto e convivenza con altre idee, e soprattutto con il dubbio interiore che non tutto ciò a cui ero abituata fosse corretto, che le altre idee possono essere non solo possibili, ma anche condivisibili, pur nella loro estrema distanza dalle mie. Così ho imparato a dubitare di molte mie convinzioni, posizioni, che fino a poco tempo  fa consideravo certezze. Ma alcune rimanevano salde, nella loro limpidezza. Pilastri inamovibili nel mio profondo sentire e vivere il mondo dopo il mio trasferimento a Torino. Ad esempio quella relativa alla mia esperienza negativa in politica, sinonimo per me di  brutture nei rapporti personali, totalmente fasulli, delle litigate fini a se stesse, delle notti passate a preoccuparmi e a progettare azioni di difesa interne all'organizzazione, tutto tempo rubato a me stessa, alla mia testa, allo studio, alla voglia di lavorare sui contenuti. Tutto tempo che mi ha creato solo confusione, delusione, amarezza, tristezza, rabbia, nervosismo, rancore, disistima di me. Questo è tutto ciò che mi porto nel cuore, dalle esperienze vissute in diverse zone e in diversi momenti della mia regione e fuori. La rabbia mi aveva convinto a cambiare numero di cellulare, a cancellare quelli di chi frequentavo, a disperdere le mie tracce. Avevo bisogno di aria, e di ritrovare fiducia nel mondo e in me stessa. Due anni, quasi, sono passati. Intensi e non semplici, per altri motivi personali, ma lontani da tutto quell'ambiente. Niente quindi mi aveva convinto a rivedere i sentimenti nati da quell'esperienza.
Almeno fino a qualche tempo fa. Qualche settimana. Per avere informazioni sulle mobilitazioni studentesche ho conosciuto persone dello stesso partito qui dove ora studio. Poche parole. Poi stamattina una breve chiacchierata con una persona che non vedevo da 5 anni, di queste parti. Nella mia testa già qualcosa vacillava da giorni, da quando, parlando con alcune di queste nuove conoscenze, mi sono resa conto dell'abisso che passava dai loro sentimenti ai miei, dovuti anche all'abisso delle realtà vissute. E stamattina è arrivata nuova linfa ai miei dubbi: con le poche parole semplici e dirette di una persona molto intelligente e tranquilla, ho finalmente iniziato a dar forma e collocazione a tutto quell'amaro che mi portavo dentro.  Non sono io. Ebbene no, non sono io a essere stata inadatta, fuori luogo, incapace, impreparata, o non del tutto per lo meno. No. E' una realtà intera ad essere sbagliata. Era tutto il resto!
E' sempre molto facile attribuire agli altri delle colpe, quando cerchiamo di giustificare a noi stessi i nostri errori. Facilissimo! Ma, paradossalmente, la stessa operazione, che sarebbe ora corretta, risulta assai più complessa se la colpa non è nostra, se in fondo di errori non ne abbiamo commessi, se il nostro agire è stato sempre limpido e onesto, e ad essere sbagliato è tutto il resto intorno a noi. Questo paradosso mi sarebbe stato dannosissimo, se non fossi infine riuscita a coglierlo. O anche solo a prenderlo in considerazione. Ché ancora non ho una visione chiara, in merito! La cosa su cui ora però son certa è che devo riprendere ciò che mi è stato tolto. Fiducia e stima in me stessa, capacità, tranquillità e serenità, voglia di fare e di ideare progetti, ricerche, studi. Sono ancora su una lastra di ghiaccio, sono attenta a ciò che incontro e a non lasciarmi prendere dall'entusiasmo e dalle false illusioni. Mi basta anche solo riconciliarmi con quei ricordi così negativi. Iniziare da qui a vedere il buono in quello che mi sono lasciata alle spalle. All'epoca non avevo i mezzi per capirlo, dubitavo in modo ossessivo di tutto. Mettevo tutto sullo stesso piano, o quasi. Ma ora le cose mi appaiono diverse. E non è solo la voglia di dimenticare la rabbia, so che quello non mi aiuterebbe affatto a crescere e a rialzarmi, anzi. Ora sono convinta di poter cominciare a fare un lavoro serio su me stessa e sul mio futuro, ritrovando serenità e ottimismo!
Senza questi due anni di stacco, senza le nuove amicizie che mi sono creata, senza il trasferimento, tutto ciò non sarebbe stato possibile.
Infine, non ho ancora deciso se quello che ho scritto qui due anni fa, e che in realtà mi ha aiutato a fare i primi bilanci in questi giorni, lo penso ancora oppure no. In parte credo di no, sono cresciuta e sono cresciute anche le persone a cui mi riferivo.
el0kia

domenica, 01 febbraio 2009, ore 13:03

Di nuovo un angolo intimista. E' una cosa successa prima delle vacanze di Natale, e non è niente di straordinario, forse. Era lunedì 22 dicembre, o forse martedì 23, ed ero ancora nella città dove studio, Torino. Il venerdì precedente noi della cumpa di studenti avevamo fatto una cena per salutarci, tutti insieme, prima delle vacanze. Il lunedì erano già tutti ripartiti. Io invece camminavo per le strade del centro pensando che normalmente quelle erano le vie che frequentavo con loro. Che mi bastava girare l'angolo per trovare la casa di qualcuno di loro. Che anche se in quel momento non ero con loro, mi bastava fare una telefonata per combinare qualcosa. In quel momento invece non mi sarebbe bastata una telefonata, girare l'angolo e suonare al campanello, o aspettare che si organizzasse qualcosa, perché ero lì da sola. Non potevo farci niente. E le strade non erano le stesse. Non mi parlavano come prima. Non erano più niente, erano strade e basta. Erano vetrine, ciottoli, asfalto, panchine. Ma niente di più, e io non ero niente per loro. Non ero più niente per nessuno, ognuno con la sua vita e con le sue preoccupazioni. Io con le mie, certamente, che per carità non condivido quasi mai, ma il fatto di stare vicini, di sapere che qualcuno c'è, una chiacchiera frivola in libertà, un caffè e una passeggiata, trasformano una giornata e una strada.
Oltretutto, al rientro di Gennaio, le novità non si sono fatte attendere: c'è chi partirà per un paio di mesi, per studio, e se ne andrà lontano, lontano. C'è chi se ne è tornato nella sua città natale, e io lo so che queste cose sono per sempre, che niente sarà più come prima, che la pacchia è finita. Soprattutto per chi non ha il dono della lucida determinazione. D'altro canto, non tutti si allontanano, e chi lo fa non è per forza definitivamente. Io stessa me ne dovrei andare, prima o poi, per un po' di tempo.
Inevitabilmente penso a quando nessuno di noi sarà più studente, quando insomma non ci sarà più una città a tenerci uniti. Prima o poi succede! Ma per ora pensiamo al presente. Il mio cuore è un porto di mare!
el0kia

sabato, 08 novembre 2008, ore 11:45

Siamo una generazione di scoppiati.
E' questa la conclusione a cui sono pervenuta dopo giorni di lunga meditazione!
No, non è così. Non ho meditato, e non amo nemmeno le generalizzazioni.
Una cosa però la percepisco nettamente. Abbiamo modi di comunicare che non sono diretti personali ed empatici, e mi riferisco alla vituperata rete web e ai suoi mille mezzi, facebook, chat, ecc.
Oltre a questo, siamo una generazione che non sa gestirsi le proprie emozioni. Non sa gestire i problemi. Ci facciamo prendere dalle ansie, dalle paranoie, e non affrontiamo i problemi. Siamo incapaci di ammettere le nostre stesse debolezze, e preferiamo magari rifugiarci nell'alcol, in qualche droghetta leggera o nel buio della nostra stanza, e da lì comunicare tramite una serie infinita di 1 e di 0 al mondo intero un'immagine di noi che nulla ha che fare con la realtà.
Ecco, il contatto con la realtà è pressochè nullo, o presente solo nel momento in cui i problemi, per tanto tempo accantonati, si ripresentano tutti in un colpo, e allora tutto crolla, il contatto con la realtà diventa insostenibile, e via che dopo un po' si ritorna a ignorarla.
Ci sono persone chiuse, ci son persone che si accontentano, ci sono ragazzi che non si rendono conto delle proprie dipendenze, ci sono ragazze che non capiscono quando è il caso di troncare una relazione con un ragazzo che le ignora, ci sono ragazzi che sono troppo presi da sé da pensare che siano tutte lì per lui ad ammirarlo, salvo poi recitare un po' la parte del problematico giusto per adescarne qualcuna in più, ci sono persone che vedono le cose chiaramente, e non si pongono il dubbio che magari i fatti di oggi non si possono più analizzare con gli occhi di filosofi di 200 anni fa, ci sono persone che si impegnano in politica e non sanno fare altro...
In ogni caso, scappiamo tutti dalla realtà. Scappiamo dalle responsabilità. Ci accontentiamo di affrontare proprio quelle inevitabili. Quelle che ci bastano come giustificazione di fronte a noi stessi per perderci nelle mille distrazioni, alternative.
Mah. Mi sento un po' persa di fronte a tutto questo!
el0kia

sabato, 04 ottobre 2008, ore 00:31

Ritorno sul blog dopo mesi d assenza. Un po' per mancanza di tempo, un po' per mancanza di voglia, forse anche di stimoli e di semplice attività intellettuale.
Un po' perchè so che tanto ormai non legge più nessuno, dei già pochi lettori di prima.
Ma c'è una cosa che mi è appena successa che mi spinge a pubblicare un po' di fatti miei.
Una serata passata insieme ad amiche e conoscenti del mio corso di laurea, per salutare una di loro che da Torino se ne torna a Napoli, anzi, va a cercare casa a Roma con il ragazzo, e da lì scriverà la tesi.
Non ci conoscevamo molto, ci si vedeva a qualche corso e a qualche serata qua e là. Io poi sono spesso assente, non ho molte amicizie e tempo da spendere con loro. Ma da qualche sera a questa parte mi sono buttata nella movida studentesca, a suon di serate, di cene e di risate. Ebbene, sarà che mi sono sempre mancate tutte queste occasioni, sarà che non mi sono mai sentita a mio agio con coetanei, e nemmeno so bene come comportarmi... Ora sento che un addio è sempre un addio. Sento che le persone non vanno e vengono semplicemente, non sempre, per lo meno, e non sempre si scambiano chiacchiere di circostanza. Salutare questa amica, collega, mi ha intenerito, nonostante il gelo di questa città, mi ha smosso - finalmente - qualcosa.
E l'affacciarsi di certi sentimenti è per me esperienza nuova, abituata come sono a essere fredda e distaccata, abituata per anni in ambienti "maschili" a comportarmi "da uomo", senza sapere dove e come trovare il mio senso di donna, di femminilità, di emotività e di empatia verso gli altri. Probabilmente gli altri ci arrivano prima, probabilmente molto è parte del mio carattere e non è modificabile, probabilmente non c'è una ricetta valida per tutti. Intanto però mi trovo a fare i conti con me stessa in mezzo agli altri, con la voglia di stare in mezzo agli altri e con la voglia di lasciarsi un po' andare, con la paura di non sapere come fare, e con le gaffe che a volte mi vengono inaspettatamente, che spesso non so nemmeno gestire. Mi trovo a fare i conti con i caratteri diversi dal mio, con le abitudini e le sensibilità di altri, che non sono me, che non vedono come me, che non pensano come me, che non sono d'accordo con me ma che lo stesso possono passare del tempo con me. E' tempo di vedere le sfumature, forse, e delimitare gli spazi, con dei confini, i miei e quelli altrui, ma lasciando che questi confini siano porosi e permeabili, sempre in via di definizione, senza invadere gli altri con un sé smisurato e senza nemmeno farsi penetrare dai sé altrui. Semplicemente stare in mezzo agli altri, a chi mi piace, con attenzione e serenità.
Ogni tanto mi chiedo perché io sia diventata così fredda, distaccata, ombrosa e chiusa. Mi chiedo da dove vengono le paranoie e le preoccupazioni che a volte mi sorgono, e ovviamente qualche ipotesi ce l'ho ma forse non sono del tutto esatte.
In ogni caso è forse venuto il tempo per me di crescere, di scoprire che anche io ho un lato umano, emotivo, che non per forza è sempre devastante o totalizzante. Scoprire che gli altri possono avere qualcosa da insegnarmi, e comunque che la convivenza arricchisce, anche un minimo, se stessi e anche gli altri.
Forse comincio tardi, e forse sono fuori tempo più di altri... ma almeno a pormi il dubbio ci sono arrivata! E sicuramente avrò bisogno degli altri. Non nascondo che la cosa non mi piace, non mi piace avere bisogno di qualcuno, e non accetto ancora la cosa fino in fondo.
Ma le occasioni come quelle di stasera scavano una piccola crepa nel muro...
el0kia

venerdì, 18 aprile 2008, ore 00:38

E' vero, "ctrl alt canc" può essere una filosofia di vita. Un modo di vedere le cose, il mondo, come pensare di dare un interruzione al corse degli eventi. L' "uscita forzata", per gli utenti Mac. Situazioni da cui apparentemente non si può uscire, e che invece come per magia si dissolvono con una combinazione rapida e semplice, come se non fossero mai esistite, come se non fossero mai iniziate, come se non si fossero mai complicate. Un'onnipotenza, delirio di onnipotenza infantile che si fa concreto. La fuga dai problemi e la comodità dell'evitamento. Lo svicolare tutto a mancina e poter rifare le cose da capo,  rifare le cose "col senno di poi". Gli intoppi magicamente si dissolvono! E la rabbia, il rancore, il dubbio, la preoccupazione, il pentimento, il rimpianto, la delusione si cancellano e non si ricordano più. Come una macchina, non schiava di sentimenti, dubbi, problemi e intrighi di empatie, semplicemente con i comandi di una tastiera!
E' una cosa che ultimamente incontro di frequente: vari ex compagni di liceo o lo mettono come nick di messenger o direttamente si incollano i tastini magici sulle felpe. Dev'essere un nuovo segno del disagio giovanile...
Mi sto facendo contagiare anche io? I pruriti di mani e i rancori offuscano la mia razionalità, le persone intorno si complicano a vicenda la vita e mi coinvolgono con i loro tentacoli nella loro vischiosità, le parole degli stolti diventano irritanti e mefitiche, il sangue mi ribolle dentro e i nervi mi tendono anche le palpebre degli occhi... Un giorno pensi di avere chissà quali preoccupazioni e poi la vita s'impegna a svegliarti fuori tutto in un colpo. E fai errori, sbagli, ti lasci abbagliare da chimere. Quando te ne rendi conto è troppo tardi, vorresti rifare da capo, agire in modo diverso, per evitare il pentimento e il rimpianto, la rabbia verso te stessa. Ah, un ctrl alt canc! E invece te ne stai lì, a rimuginare, a fare previsioni, totalmente assurde, lontane anni luce dalla realtà, così che non sai più la terra sotto i piedi dove è rimasta, ed entri in un limbo di indolenza e totale immobilità, non sei in grado di far combaciare i tuoi pensieri e progetti per il futuro con il mondo circostante. Perchè evidentemente sono deliri, fantasie prive di logica. Così aumenta il senso di straniamento e incapacità, totale inutilità. L'inconcludenza regna sovrana. E il circuito prosegue. Dal limbo non si esce. Ah un altro ctrl alt canc! Per non parlare delle situazioni in cui pensi che la strada intrapresa sia quella corretta, finalmente, in cui le cose vanno per un buon verso. Ma altro non è che un riflesso distorto di ricordi, un incidente casuale che ignorato per molto tempo rimane lì e poi non è più gestibile, perché prende vita propria e iniziative proprie. Le persone tutt'intorno concretizzano, passano e vanno, senza renderti conto delle loro scelte. Come non lo faresti tu, ma solo nei tuoi sogni, nella tua follia, perché nella realtà non hai nulla da dire o di cui rendere conto. Anzi, magari ti calpestano anche e non te ne accorgi nemmeno. Ho sbagliato tutto anche qui? Un altro crtl alt canc ancora, s'il vous plait!
el0kia

lunedì, 24 marzo 2008, ore 11:50

Sull'autobus da casa all'università possono verificarsi strani drammi. A volte capita che dimentico il lettore mp3 a casa. A volte capita che non lo metto subito nelle orecchie ed essendo incastrata nel sedile tra mille zaini poi non sono più in grado di muovermi. A volte semplicemente si scarica la batteria a metà viaggio. E allora mi trovo con i padiglioni auricolari alla mercé altrui. Giungono parole di qualsiasi genere, dai commenti sulla giornata, ai commenti di giovani adolescenti in esplosione ormonale e di loquacità sulla puntata di Amici della sera prima, con tanto di giudizi sulle capacità dei concorrenti e sulle correzioni dei maestri. Poi i commenti sugli immigrati, che vengono qui a rubarci il lavoro e si comportano come cretini e non vogliono comportarsi bene. Poi le discussioni tra qualche anziano stanco e qualche altro anziano più accidioso e meno stanco. O ancora il soave suono di chi mastica chewing-um a bocca deliberatamente aperta, deliziando i passeggeri dal fondo all'autista dei suoi movimenti mandibolari...
Anche volendo essere ben disposti verso il prossimo, chiedo scusa se a volte proprio non mi riesce e mi isolo nel mio egoismo musicale.
el0kia

lunedì, 14 gennaio 2008, ore 12:06



Sempre della serie.. un tubo da fare! E intanto godetevi le performances di uno dei miei ospiti felini.
el0kia
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categoria : video, miei gatti